Architetti in via d'estinzione

 

 

"Dio fece il primo giardino, e Caino la prima città."

Abraham Cowley

 

“La città non va a dormire con Lazzaro Santandrea ma per quanto ammaccata, violentata, […] al mattino lo attende a gambe aperte.

Le gambe di Milano sono le circonvallazioni”

Andrea G. Pinketts

 

“La forma della città cambia più in fretta, ahimé,

del cuore di un mortale”

Charles Baudelaire

 

 

 

Architetti in via di estinzione

 

La diatriba è antica. Architetti e urbanisti.

La diatriba è moderna. Attuale. Acuita dall’impostazione a specializzare della nuova università “riformata”.

Architetti da una parte, urbanisti… pardon pianificatori dall’altra e i designers (ma di cosa? ecco perché ormai gli architetti non disegnano più!) nel mezzo. Separazione delle carriere. Questa è la parola d’ordine. Sottotitolo: facciamoci e soprattutto facciamo del male.

Intanto la città (ma si può ancora parlare di città o il termine è stato abolito? ne trattiamo più avanti) muore e si decompone. E noi “tecnici”, come iene e avvoltoi, ci contendiamo una carcassa suppurata ed emorragica. Le nostre città -se mi si passa il francesismo- fanno sempre più schifo, le periferie –sarò banale- sono degradate, i centri storici, messo su un po’ di belletto (l’intonaco), prostitute di mattoni e cemento, si vendono al miglior offerente, le aree dismesse (o dimesse?) figlie illegittime della deindustrializzazione postmoderna (che fa bella scena a scriverlo, ma vuol solo dire che da noi non si produce più) vengono riconvertite in poli tecnologici, in science park, per la gioia degli immobiliaristi con la benedizione di sindaci illuminati e architetti di grido (nel senso che a vedere certi progetti vien proprio da urlare… di disperazione e sgomento).

 

Nel frattempo ci trastulliamo ancora a dibattere di piani, progetti, piani-progetto, progetti-piano, in una gara a chi sputa più lontano, a chi ce l’ha più lungo (il curriculum, ovviamente).

Ci domandiamo chi deve fare la città, l’architetto o l’urbanista, e non ci accorgiamo che intanto la città è già fatta, anzi “strafatta”, drogata da un’overdose di brutti palazzi e casermoni geometreschi brulicanti di varia umanità (e fin qui niente di male), sorti senza criterio (e questo è un danno), se non quello del massimo rendimento dei suoli, ignorando (e questo è un crimine) che quello architettonico comunque è un valore aggiunto che influisce non solo sulla società ma pure sulla valutazione economica finale di un sito.

 

Apriamo una piccola parentesi di buonsenso e cerchiamo di capire se la città esiste ancora, perché non serve a molto dibattere su come “curare” qualcosa che non è più.

Nei bei tempi che furono vi era una netta distinzione tra città e campagna. Le mura, i fossati e le fortificazioni erano di grande aiuto. Dentro è città, fuori è campagna. Semplice, no?

Poi si iniziò, ahinoi, a costruire fuori e a ridosso delle mura, perché lo spazio interno non bastava più. Ma non si innalzarono nuove mura, perché non c‘erano più nemici da respingere e comunque la tecnologia bellica aveva reso inutili le fortificazioni. Quindi non vi fu più un limite certo.

Si è soliti dire, relativamente a quel periodo storico, che la città, una ben strana città, “farcita” di mura, aveva cominciato ad invadere la campagna, ad erodere il territorio non urbanizzato. Ma comunque città e campagna erano ancora due entità distinte.

Schiacciamo il tasto di avanzamento rapido e arriviamo a qualche decennio fa. Qualche mente brillante, invece di progettare sontuosi palazzi o stare china su un tavolo da disegno a metter retini, inizia ad affermare che ormai tutto il territorio  si sta –che brutta parola- “antropizzando”, che non vi è più una netta distinzione tra città e campagna, insomma che la città così come la conoscevamo non esiste più. E la voce si sparge. Il tam-tam della jungla d’asfalto risuona nelle accademie. Effetto valanga. Sussurri che diventano grida. “L’avevo detto io, la città non c’è più” afferma qualcuno. “No, non è che non c’è più, si è solo nascosta, trasformata” ribatte un altro. E giù a sbrodolarsi di inchiostro per dimostrare la propria ragione. Non più città, ma agglomerato urbano, conurbazione, anzi area metropolitana, forse metropoli, o meglio megalopoli, sicuramente Monòpoli e Tangentopoli.

Poi ancor più di recente un tale ci ha rivelato che  molti dei posti in cui noi cittadini viviamo, lavoriamo, transitiamo quotidianamente sono “non luoghi”, e quindi mi viene da chiedere dove caspita passiamo tutto il nostro tempo[1].

 

Per fortuna la città non ascolta chiacchiere, non legge i saggi dei saggi. E, ignara di essere morta, inconsapevole zombie dall’asfalto in rapida  decomposizione (a giudicare dalla velocità con cui si formano le buche nelle strade quando piove), continua ad esistere e a resistere.

La città c’è.

È.

Butta, malandata, rovinata, violentata e tutti gli altri participi passati che la nostra fantasia le può attribuire. Ma è lì, con le sue strade, le sue piazze, i suoi edifici, i vuoti e i pieni, sfregiata da scatolette di metallo perennemente in fila, infestata da miriadi di parassiti simbiotici, che la nutrono e di lei si nutrono.

 

Vi è un’altra questione che secondo me merita di essere indagata.

La città contemporanea, tra i tanti problemi che l’attanagliano, è purtroppo ostaggio di un perimetro tratteggiato, punto–linea-punto, che essa usa come codice morse per lanciarci il suo SOS. “Salvatemi, liberatemi dai confini amministrativi che mi impediscono di crescere non in dimensione, ma in senso e significato e di dialogare con ciò che mi sta intorno”. Ecco cosa sembra gridarci tutti i giorni.

Ma non c’è peggior sordo di chi ha già la sua idea bella e preconfezionata.

Prendiamo Milano, per esempio. La città termina al civico 365 di viale Monza o comprende anche Sesto San Giovanni e tutto l’hinterland? Basta un cartello a dire che finisce una città e ne comincia un'altra? E se non vi è soluzione di continuità che senso ha la distinzione?

Già prevedo l’obiezione. In qualche punto bisognerà pur tirare una linea e dire basta. Certo, certo, ma fin dove non vi è una cesura netta, le scelte prese per una parte di territorio, anche maggioritario, ricadono sull’intero.

Di fatto mi parrebbe logico che i cittadini dell’hinterland milanese votassero alle amministrative per eleggere il sindaco del capoluogo lombardo… Ma che sbadato! Esiste già una legge, la 142 del 1990[2], - grazie Ministro Bassanini- che prevede l’istituzione delle città metropolitane e che si spinge in questa direzione.

Peccato che, come molti altri parti dei nostri immaginifici legislatori, anche questo risenta di un vizio congenito tipicamente italico: le leggi ci sono (in Italia vi è una legge per ogni cosa…), ma non vengono applicate, vuoi perché sono fatte male, vuoi perché manca la volontà.

Ma voi riuscite ad immaginare la Provincia di Milano che accetta di togliersi di mezzo, che rinuncia alla sua “dose” di potere sul capoluogo lombardo, che dice: ”Prego s’accomodi signora città metropolitana, si sieda al mio posto, mangi pure nel mio piatto.”?

Decisamente inverosimile.

Di più. La Provincia è un organismo pletorico, un centro di potere burocratico, figlia degenere di altri confini punto-linea, spesso indaffarata a contendersi la carcassa con altri animali più grandi (la Regione) o più piccoli (i singoli Comuni). Ergo è lecito pensare che difficilmente essa mollerà l’osso.

 

Ma non divaghiamo oltre. Proviamo a definire l’idea  di città.

Se prendiamo edifici, pubblici e privati, strade, spazi aperti, individui (i simbionti di cui sopra) e li mettiamo insieme per un certo lasso di tempo in un dato luogo, shakerando per bene otteniamo una città? In Florida ci ha provato la Walt Disney, con Celebration. Sull’onda del new urbanism, ha costruito, letteralmente, con l’aiuto di alcune grandi firme dello star system architettonico, una vera e propria città[3]. Dotata dei migliori servizi. Utopia a cinque stelle (e strisce). Un esperimento di scienza urbanistica in un laboratorio di 2.000 ettari. Con tanto di 20.000 cavie umane. E pare che qualche risultato positivo vi sia. Parola di sociologo comunista[4]. Ci avevamo provato anche noi tempo fa, con Sabaudia e le altre città fondate durante il Fascismo, ma gli esiti non furono all’altezza delle aspettative di allora. E dire che tra Sabaudia e Celebration si possono trovare molte analogie, in particolare nel rapporto con la dimensione naturale e nel disegno della città attraverso la disposizione degli edifici pubblici.

Detta così comunque sembra facile.

Fin troppo.

Non bisogna però dimenticare che la città è sì un luogo fisico, ma è anche un’identità (il genius loci), una storia, un senso di appartenenza che connota chi la abita[5]. E che la cittą sia anche un qualcosa di metafisico lo dimostrano i differenti modi di rappresentarla simbolicamente sulle mappe. Gli antichi la raffigurano sovente come un cerchio che racchiude due strade che si incrociano, gli atlanti stradali contemporanei come un pallino di grandezza proporzionale al rango. Le carte tecniche cercano di riprodurre, pił o meno fedelmente a seconda della scala, la giacitura degli edifici e delle strade. Le mappe per turisti riportano gli isolati, non gli edifici, se non quelli che meritano menzione.

Eppure, sia che io osservi un pallino rosso su di un atlante sia che misuri la larghezza di una strada su un areofotogrammetrico, sono consapevole di avere a che fare con una città.

Quindi essa prescinde e trascende l’immagine di sé. E non bisogna mai scordare questa duplice natura della città, nel momento in cui ci si appresta ad intervenire su di essa. Quando ne modifico la struttura fisica con il progetto di un singolo edificio o con un piano urbanistico (non importa la scala dell’intervento) vado a mutare anche -mi si passi il termine- l’anima della città. 

 

Che vi sia una crisi del modello attuale di città e di urbanistica, che sia necessario fare qualcosa, questo nessuno lo nega. È quando si parla del come che cominciano i problemi. Voglio dire, non sarà certo un caso se a Milano –parlo spesso di questa città, perché la ritengo paradigmatica e rappresentativa dei temi qui trattati- il PRG vigente risale al 1978/80, che in termini urbanistici equivale al giurassico. Nessuno ha il coraggio di sporcarsi le mani? Timore reverenziale, pavidità urbanistica o rispetto per i defunti? Quindi ho ragione nel continuare con la metafora del cadavere. O forse non c’è accordo sugli strumenti da utilizzare? Come a dire che non vi è più fiducia nel PRG. Allora ben vengano le nuove leggi regionali in materia di governo del territorio come quella lombarda. Bisogna capire se è un problema di strumenti o di uomini. Se non di entrambi i fattori.

Cervellati nel suo libello del 1991 ci dice che la soluzione è quella di trasformare i centri storici in musei, imbalsamando il tutto per meglio conservarlo[6]. Dimentico (o forse no) che per imbalsamare un corpo occorre che questo sia morto. Ad esser maligni vien da pensare che ciò spiega certi suoi PRG.

 

Il dibattito sull’efficacia degli strumenti a volte ritorna, ma senza rendersi conto che esso sì è morto e sepolto. Chiacchiere di zombie, per di più già sentite. Inoltre le nuove leggi regionali che si muovono nella direzione della deregulation urbanistica, forniscono sufficienti risposte ai suddetti dibattiti, e contemporaneamente pongono nuove domande sulla loro efficacia. Rimane da dire che io posso avere i migliori bisturi laser e le più efficienti macchine per la radioscopia, ma se non sono un (buon) chirurgo forse è meglio che non tagli pance di pazienti, che potrebbero poi perdere nel migliore dei casi la pazienza, se non la vita.

 

La questione degli strumenti urbanistici è quindi secondaria rispetto al vero dramma.

Gli architetti sono i via di estinzione.

Peccato che siano al momento l’unica valida risposta ai problemi delle città. Gli unici che sono in grado di curare sia il corpo che l’anima. Radiologi del tessuto urbano e sacerdoti del cemento armato, chirurghi del curtain wall e missionari del genius loci, primari della tipologia architettonica e abati Frollo che ancora credono nelle cattedrali. Ma se non si formano più architetti non si potranno salvare le nostre beneamate e derelitte città. E a giudicare dal numero degli iscritti nelle università di architettura, non sembra che vi sia una crisi delle vocazioni. Quindi il problema risiede nel tempio e non nei suoi sacerdoti.

Esiste ancora una Facoltà di Architettura? Si formano ancora Architetti (volutamente scritto con la A maiuscola) in Italia? Se ci si deve basare su quanto avviene al Politecnico di Milano, ma lo stesso discorso vale per altri illustri atenei, la risposta sembra scoraggiante. Corsi di laurea in Pianificazione, in Design, in Edilizia… Edilizia? EDILIZIA!!! E pensare che ho sempre sentito dire: ”no, questa non è architettura è semplice edilizia”, riferendosi ad un edificio senza alcun pregio o qualità “artistica”. Cosa succede, ci mettiamo a fare concorrenza ai geometri adesso? I signori geometri non se ne abbiano a male, ma il nostro mestiere è altra cosa. Non so se tutto ciò sia colpa di qualche norma comunitaria, omologante (verso il basso) e deprimente, che abbiamo subito e recepito, o sia “merito” di illuminate riforme ministeriali (Berlinguer o Moratti? Poco importa, meglio non approfondire…), ma il risultato è comunque devastante per le nostre professionalità. Abbiamo creato il “3+2 per avere più laureati nelle  statistiche o per meglio trasmettere il sapere? Non è necessario fornire una risposta.

 

Ma fermiamoci ai pianificatori, che una volta si chiamavano urbanisti. Anche qui fatico a capire. Che bisogno c’era di cambiare il nome? Urbanista ha nella radice urbs –città-, degno nome per nobile professione e nomen omen dicevano i latini. Pianificatore, oltre alle possibili confusioni con il panificatore (altra dignitosa attività, ma poco attinente alla città), richiama alla mente le pianificazioni quinquennali di sovietica memoria, non certo un fulgido esempio da imitare.

Un mio vecchio professore di Composizione Architettonica[7] sosteneva –povero pazzo ed eretico!- che per sapere progettare la città o un pezzo di essa bisognava necessariamente saper progettare il “cesso di un appartamento”, testuali parole. Sineddoche, metonimia, una parte che simboleggia il tutto. Ma forse è un concetto troppo astruso. Deliri di un vecchio, direbbero gli attuali accademici.

Invece nei consigli di facoltà di questi tempi si sostiene senza timore di venir fulminati dal Grande Architetto che i pianificatori NON devono saper progettare. Tanto a riempir di edifici i loro retini ci penseranno i laureati in Edilizia (gli edilizi? gli edili? gli edificatori? mah…). Retini? Già, dimenticavo che l’assessore Moneta[8] ha detto che dobbiamo imparare a fare l’urbanistica senza i retini.

 

Credo che si possa  affermare che l’ultima generazione di architetti relativamente valida sia quella che si è formata col vecchio ordinamento. In questo contesto risulta chiaro che architetti capaci di occuparsi tranquillamente di design come di pianificazione o di architettura di interni come di progettazione edilizia non se ne creino più. E molti di quelli che appartengono ormai ad un glorioso passato, non sempre sono rimasti al passo con le necessità della società contemporanea o aggiornati delle ultime novità nei vari campi disciplinari.

 

Solo l’architetto che si è formato col vecchio ordinamento è adeguato ad intervenire sulla città perché il tipo di università che ha affrontato prevedeva una gamma di insegnamenti obbligatori a tutto campo e perché l’ambiente accademico stesso era più ostile e selettivo, un campo minato in cui si rischiava di saltare in aria su Statica, un poligono di tiro dove bisognava schivare pallottole di Scienza e di Tecnica delle Costruzioni, costringendo lo studente a trovare in se stesso le risorse per andare avanti. Niente pappa pronta. Ma gli ostacoli da superare aguzzavano l’ingegno. Questo non vuol dire che l’università di allora insegnasse meglio. Il mestiere lo si impara solo lavorando negli studi professionali. Semplicemente quel tipo di università con tutti i suoi limiti e i suoi disagi era un’ottima palestra per sviluppare quella elasticità mentale, quella apertura di idee necessarie (anche se non sufficienti) per essere un buon architetto.

 

Rileggendo quanto scritto finora ritengo che sia giunto il momento di trarre delle conclusioni. In realtà c’è ben poco da aggiungere a quanto già detto.

Rimaniamo in ambito lombardo, ma i ragionamenti valgono per tutto il territorio italiano.

La nuova legge regionale in materia di governo del territorio apre scenari interessanti e preoccupanti allo stesso tempo. Di sicuro avrà l’effetto di rimettere il tema della trasformazione della città al centro del dibattito. Forse regalerà a Milano un nuovo piano regolatore, pardon, un nuovo piano di governo del territorio.

 

Ma.

 

Colui che impugnerà il bisturi e inciderà il bubbone saprà essere all’altezza? Ci saranno ancora buoni chirurghi per operare le nostre città? Più si aspetta e più la risposta mi sembra negativa.

 

Voi, ditemi un po’, vi fareste fare un’appendicectomia da un ortopedico?

 

 

Pietro Cafiero

 



[1] M. Augè, Nonluoghi, Elèuthera, Milano, 1993. Ultimamente pare che si sia ricreduto.

[2] Integrata dalla successiva  L. 265/1999 e dal d. lgs. 267/2000.  Non mi sembra il caso di dilungarmi qui sull’argomento. Rimando pertanto alla molta letteratura in proposito.

[3] La Disney incarica uno dei suoi architetti di fiducia Robert A. M. Stern, di studiare il masterplan e affida successivamente ad altri architetti la realizzazione degli edifici pubblici principali. Vengono chiamati alcuni tra i più importanti esponenti del movimento postmoderno: Michael Graves, Philip Johnson, Charles Moore, Robert Venturi, Aldo Rossi.

[4] Andrew Ross, Celebration, la città perfetta. L’utopia urbanistica finanziata dalla Disney, Arcanapop, Roma, 2001.

[5]  Tanto è vero che, tornando al caso di Celebration, i responsabili della Walt Disney, avvertendo la necessità di ancorare con solide radici la loro creazione nel territorio americano, pensarono di dotarla di un background, di una storia, di un passato fittizio. Al di là delle fantasiose ricostruzioni proposte (città fondata dai superstiti di un naufragio di un galeone spagnolo o nata dalle macerie della marcia del generale Sherman nel Sud ribelle della guerra civile) osservando le architetture si legge una stratificazione (simulata) di vari stili quasi che la città avesse una vera e propria storia urbana.

[6] P.L. Cervellati, La città bella: il recupero dell'ambiente urbano, Il Mulino, Bologna, 1991.

[7]  Antica materia di insegnamento ormai scomparsa, -pensate che un tempo ve ne erano addirittura tre annualità- sostituita dai “Laboratori”, luoghi mistici ove si iniziano agli arcani segreti dell’architettura le giovani menti degli universitari d’oggi.

[8] Alessandro Moneta, assessore al Territorio e Urbanistica della Regione Lombardia nella seconda giunta Formigoni, uno dei principali responsabili della nuova legge regionale per il governo del territorio.